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Cartesio
4.16.4. teoria dei vortici
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4.16.4. Teoria dei vortici

Cartesio pensa che l'etere crei dei vortici. Attorno alla terra ci sono dei flussi di etere e paragona il pianeta alla festuca. Infatti l’osservazione è dipendente dall’osservatore, Cartesio faceva l’esempio dell’osservazione di una pagliuzza, egli afferma che se "metto una pagliuzza sull'acqua di un fiume; se la guardo da riva vedo che si muove, se invece sono una formica su un guscio sull'acqua la vedo ferma".
Quindi il movimento dipende dal punto di vista, la terra è ferma rispetto all'etere, ma si muove rispetto al Sole.
Da queste teorizzazioni emerge la teoria che afferma che se “tutte le particelle sono in movimento e questo movimento non è caotico. Per esempio le particelle d'aria di questa stanza si muovono caoticamente e io non le vedo. Il vento invece lo sento perché le particelle vanno tutte nella stessa direzione. Le particelle d'etere negli spazi interstellari si muovono secondo dei vortici, come il vento. In questi vortici si muovono i pianeti”.
 
Si osservi la cura con la quale vengono istituiti i rapporti di corrispondenza tra modello esplicativo e realtà. Il vortice sta al sistema solare, come le festuche che esso trascina stanno ai pianeti che ruotano intorno al sole; come il movimento delle festuche attorno al proprio centro sta alla rotazione di ogni pianeta attorno al proprio asse; come la maggior velocità delle festuche che vorticano in prossimità del centro, sta al minor tempo nel quale i pianeti più interni concludono, rispetto a quelli esterni, la propria rivoluzione intorno al sole.

Come la forma non perfettamente circolare del vortice d'acqua sta alla forma ellittica assegnata da Keplero alle orbite planetarie.Cartesio ritiene che il metodo geometrico-analitico da lui creato, possa essere adoperato efficacemente anche per lo studio del mondo fisico poiché, in questo caso, si tratterebbe di passare alla comprensione rapida delle unità di base, cioè delle nature semplici, a cui è riconducibile il mondo fisico, che sono le idee innate di grandezza, movimento, estensione.

Ad esempio, se l'idea di movimento viene impiegata come idea di trasferimento di un corpo da un luogo ad un altro, e non, come volevano gli scolastici, come passaggio qualitativo dalla potenza all'atto, allora, e solo allora, si potrà usare una rappresentazione matematica del fenomeno stesso.
Inoltre se poi si mette in pratica che l'idea di ogni fenomeno è in definitiva soltanto movimento, si deve drasticamente portare a compimento che tutta quanta la realtà fisica può essere descritta algebricamente come un immenso meccanismo.   
 
Sono le stesse conclusioni cui, per via sperimentale, in quel periodo è giunto anche Galilei, in base alle quali tutta la realtà fisica può essere descritta in formule quantitative che esprimono semplici relazioni; tuttavia mentre Galilei ha avuto il merito pratico e teorico assieme di aver messo in connessione la sperimentazione con la risoluzione matematica, Cartesio svaluta il momento sperimentale e ad esso non dedica una particolare attenzione.
Egli parte da una percezione razionalistico-aprioristica delle idee innate di estensione e movimento, e ritiene che da questi principi innati si possa dedurre e descrivere rigorosamente tutta quanta la realtà fisica; di conseguenza la sperimentazione di laboratorio, da cui si deve induttivamente risalire a principi generali, ai suoi occhi perde di importanza, quasi come una inutile curiosità che al massimo può offrire una superficiale conferma.

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